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Nick Haeffner. Dello scomparire intelligente.

allegato: ENGLISH VERSION.

 
◊ PROLOGO CON PICCOLO MISTERO.

E’ probabile se non certo che il nome di Nick Heaffner non dirà nulla alla generazione che oggi aspetta con ansia l’ultimo disco dei Coldplay o accorre in preda ai brividi a un concerto dei Green Day.
Quando Haeffner se ne uscì con quel suo “The Great Indoors”, era il 1986, probabilmente non era ancora nata o per lo meno era intrattenuta a pappine.
Heaffner scomparve dalle scene di lì a poco com’era arrivato, comunque, dopo che quel suo favoloso, inatteso album – recensito dalle riviste del settore come un “piccolo grande capolavoro” – non aveva venduto granché e non si erano trovate radio disposte a farlo ascoltare. La sua casa discografica, oltretutto, - la gloriosa Bam Caruso di Phil Smee – era fallita dopo poco – e “The Great Indoors” era diventato difficile, se non impossibile, da trovare.

Io, il disco, per la verità l’avevo comprato mosso dall’impulso di poter ascoltare l’ennesimo “erede di Syd Barrett”. Come già mi era toccato con l’Anthony Moore di “World Service”, il Peter Blegvad di “The Naked Shakespeare”, il Julian Cope di “World Shut Your Mouth” e il “Robyn Hitchcock di “Black Snake Diamond Role”… mi sembrava irrinunciabile poter ascoltare la Testamatta reincarnata in qualche giovane inglese di belle speranze. Inutile dire che oggi quella prospettiva mi sembra pazzesca, oltre che improbabile, tant’è vero che nessuno di quei presunti “eredi” potrebbe oggi essere ragionevolmente ritenuto tale. Tantomeno Nick Haeffner.

Del suo disco, sin da subito calato in un’atmosfera di intrigante mistero (Chi era Haeffner? Da dove sbucava?), mi affascinava l’attitudine tipicamente inglese, quel dandismo un po’ demodè che esala da certe pagine di Oscar Wilde e che nella storia della “popular music” poteva già vantare un nobile albero genealogico (Syd Barrett→ Kevin Ayers→ Marc Bolan/ David Bowie→ Robyn Hitchcock/Julian Cope). Un gusto sinistro e quasi perverso per i contrasti di senso, una spiccata sensibilità per il grottesco, il docile tono del cantato, la sobrietà nel proporre un’immagine di sé quasi schiva in un’epoca caratterizzata dalle iperboli dell’estetica new-wave.
Titoli (“Sai che odio la natura”, “Madri-serpenti”, “Torna in tempo per il tè”…) e copertina (uno splendido “frottages” di Harvey S. Williams alla maniera di Max Ernst), inoltre, mi avevano catturato immediatamente…


◊ LA DIFFICILE, CORAGGIOSA ARTE DI FAR PERDERE LE TRACCE NELL'EPOCA DELLO STAR-SYSTEM.

A Londra, l’anno dopo, recuperai un po’ casualmente (proprio nel negozietto-catacomba di Bernard White, il “più famoso fan di Syd Barrett”!) i due unici singoli in formato 12” tratti dal disco, augurandomi che il chitarrista decidesse prima o poi di tornare sulle scene con un nuovo lavoro…
Ma Nick Heaffner scomparve definitivamente e in pochi, da allora, si occuparono di lui.

(Breve digressione di memorialistica ‘povera’: ricordo che un amico giornalista, all’epoca collaboratore di “Rockerilla”, con cui ebbi il piacere di intrattenermi per qualche anno in un fitto epistolario, cullò per qualche tempo l’idea di una ricerca sullo “scomparso”… Mi scriveva nel novembre 1990: “Hai citato nella tua lettera Nick Haeffner, mio chiodo fisso da anni e genio di grande talento. Un caso unico, se pensi che il suo disco era stato recensito benissimo da “The Guardian” (“Meglio di “Sgt. Pepper’s”) e da Ugo Bacci su “Rockerilla”. Due mix, un singolo juke-box, un ahimè ora introvabile CD con la versione orchestrale di “Don’t Be Late”, un LP, qualche “comparsa” su LP della Bam Caruso, un nastro a tiratura limitata, questo tutto il percorso dell’uomo. Una sparizione: colpa della Bam Caruso abile nei freddi ‘remix’ che fanno fuggire gli artisti (cfr. le opinioni di Paul Roland sul volume “The Haunting Pages”) o forse la fuga finale di un discreto ‘gentleman’ duramente colpito dalla morte del fratello Edward Whitfeld? Questa è la storia del rock: gente che vuole apparire a tutti i costi, e gente che semplicemente ‘non ha più un volto’”)

Qui da noi, dopo l’appassionata recensione di Ugo Bacci su “Rockerilla” (“(…) Un gentile compendio di canzoni a vena psichedelica, di accenti folksy e frammenti musicali gonfi di tristezza e naivetè. Ascoltare la bucolica disposizione bluesy di “You Know I Hate Nature” da emozioni sottili, tra memorie floydiane e tocchi acustici alla Roy Harper. “Don’t Be Late” freme innocente nel ricordo di Drake e ha il brivido di una canzone indimenticabile”), non era uscito granché.

Lo stesso amico giornalista, tra gli animatori del progetto di fanzine “progressive” “Melodie & Dissonanze”, sarebbe stato tra i pochi a dedicare al musicista (sul numero 0 dell’ottobre 1992) un breve articolo dal titolo “Nick Haeffner: sulle tracce di un fantasma”, in cui sviluppava le tesi già espostemi privatamente:

“(…) Oggi che la tomba degli anni Sessanta è già alla seconda “scoperchiatura”, parlare di Haeffner pare archeologia per pochi. Per di più, la Bam Caruso/Strange Things è definitivamente fallita, dopo essere arrivata a “rubare” i soldi dei clienti in mail order per tamponare le falle economiche (cfr. “Ptolemaic Terrascope” vol. 3, n.1 pag. 3). Per quello che è trapelato nel corso degli anni, questa strana label deve essersi comportata molto male con i suoi “dipendenti” artisti. Si veda ad esempio la testimonianza di Paul Roland (in “The Haunting Pages”, Stampa Alternativa) circa i missaggi per il CD di “Dance Macabre”. Di qui a stabilire un nesso tra la sparizione di Haeffner e le presunte infamie della label c’è però un po’ di fantascienza di mezzo. E’ possibile che le cause emotive che avevano condotto alla stesura dell’opera abbiano (un po’ rimbaudianamente) contribuito a distruggere l’artista stesso nella sua essenza creativa. In realtà mancano gli elementi per poter stabilire alcunché, e sarebbe veramente ironico scoprire, fra due o tre mesi, un nuovo LP di Haeffner “redivivo” su cui spendere parole assai più divertite di quelle che ci è toccato usare per mezzo del presente articolo”.

Causa la fine di “Melodie & Dissonanze”, che ha avuto il merito di contribuire a suggerire percorsi realmente alternativi agli scontati clichè del giornalismo ufficiale, un’annunciata intervista esclusiva a Haeffner di Mick Dillingham, prevista per il n. 4, sarebbe rimasta inedita mantenendo inalterato il “mistero” della repentina scomparsa…

Quanto a me, dopo aver abbandonato l’idea di stanare il fantasma, mi ritrovai a scriverne nel 1999 per una rivistaccia con cui ero stato convinto a collaborare (si chiamava “Tempi Dispari”: mi auguro sinceramente che non esista più!): dovendo proporre qualche disco in vinile ormai introvabile, tra rarità del tipo di “Oar” di Skip Spence, “The Purple Gang” dei Purple Gang e “Heavy Concept” di Nigel “the hippy” Planer, proposi un pezzo proprio su “The Great Indoors”.

Eccolo (in un remix del 9 aprile 2004):

“Nick Haeffner sfiora appena il music bizzz e scompare, come il più bello dei fantasmi. Nel solco della tradizione dei grandi desaparecidos del rock (Barrett, David Ackles, Fred Neil...), dopo qualche anno di praticantato, nel 1984 da alle stampe questo disco sbalorditivo e se ne va, per sempre.
Allattato dal manager-Bam Caruso Phil Smee a biberon di Beefheart, Barrett, Drake, Van Dyke Parks, Incredible String Band e Leonard Cohen, Haeffner è felice continuità con lo spirito folky dei Settanta, ma con l'inquietudine della decade Ottanta, dopo la tempesta ormonale delle utopie finita male.
C'è il gusto dell'orchestrazione barocca che sedusse il primo Drake, nel disco, l'amore per la ballata acustica folk, il nobile vezzo per certo songwriting d'elite, ma l'atmosfera che avvolge il lavoro è nebbiolina sinistra, ombra dietro l'angolo.
L'illusione che l'anima di Haeffner possa essere candida e rilassata è la sinuosa ballata in 3/4 d'apertura, lo strumentale "You know I hate nature", mini colonna sonora fintamente bucolica, con archi truffaldini da indigestioni notturne che al primo stop & go virano su tonalità inquiete, declinando il pezzo su un cantare di uccellini in gabbia.
"The sneaky mothers" ha il registro distratto del Barrett malato di mandrax; "The master" è un pezzo chitarristico dal riff incisivo che muta progressivamente in ballata elettro-acustica, mentre "The earth movers" è scalfita profondamente da una tastiera ritmica, in linea con la new wave inglese di quegli anni, che si perde nel vortice di una melodia da giostrina di paese alle sette di sera. Le chitarre, come nel brano precedente, svolazzano in sequenze di accordi da Fripp Gentiluomo. "Don't be late", il capolavoro del disco, è una ballata tranquilla cantata con tono soffuso e delicato. L'arpeggio ripetuto della chitarra e il violino che improvvisa nella sezione strumentale sono un saggio di inequivocabile sensibilità armonica degna del migliore Nick Drake. Poi, "Furious table" è insidioso mutante: la sezione ritmica sembra campionata dai dimenticati Dali's Car, la voce un'elaborazione elettronica di Lou Reed, la chitarra quella di Manzanera coi Roxy Music: la straordinarietà e il genio compositivo di Haeffner rendono l'impasto frankesteniano, già solo sulla carta improbabile, musicalmente avvincente.
"The Great Indoors", oggi introvabile, venne edito lo stesso anno anche in CD (come "The Great Outdoors"), arricchito dei due 12" che uscirono in quei mesi e di altre curiose rarità: "Song from a bottom of the well", ad esempio, remake del pezzo che Kevin Ayers aveva cantato nel '72 in "Whatevershebringswesing", merita la ricerca anche di chi il vinile ebbe l'intuito di acquistarlo all'epoca”.

Riascoltato oggi, è sorprendente come il disco mantenga tutta la sua integrità, un’omogeneità di climax che lo impone, in termini assoluti, come un vero e proprio “classico” (minore?) della “popular music”…


◊ RIAPPARIRE PER UN ATTIMO E SORPRENDERSI DI ESSERE MANCATO…

Strane le vie di Internet. Incontri un tempo impossibili, oggi diventano un fatto “normale”. Prendi un motore di ricerca qualsiasi (io utilizzo Google, in genere) e digiti la parola “Nick Haeffner”: ti ritrovi parecchie pagine con quel nome e non è detto che tra queste si “nasconda” l’uomo che cerchi.
Ma se procedendo per tentativi ed errori ti imbatti in un Nick Haeffner fotografo (www.pbase.com/environment), che fotografa bene e ha un gusto davvero speciale per l’inquadratura e la scelta dei soggetti, allora puoi provare a lasciargli sul “guestbook” una breve nota del tipo: “Hey, ma sei tu l’uomo che ha pubblicato nel 1987 il leggendario album “The Great Indoors”?” e vederti rispondere che si, l’uomo che cerchi è proprio lui, che è sorpreso del fatto che ci sia ancora qualcuno interessato a quel suo vecchio disco…
A quel punto, tenuto conto della sua inattesa disponibilità, puoi evitare di sottoporgli alcune domande?

Sei ancora interessato all’idea di registrare musica?

“Non registro musica ormai da tanto e per la verità non ho molto tempo per pensarci. Il mio lavoro mi coinvolge parecchio. Forse se ne riparlerà un giorno!”

Cosa stai facendo in questo periodo?

“Sono docente universitario a tempo pieno a Londra. Ho la cattedra di Scienza della Comunicazione, il mio campo di studi è la cinematografia e recentemente ho pubblicato un libro su Alfred Hitchcock. Faccio fotografie per hobby e penso che alcune delle mie foto abbiano un’atmosfera simile a quella dell’album, anche se per la verità non mi considero ancora un grande fotografo!”.

Quando e perché decidesti di abbandonare le scene musicali?

“Me ne andai nel 1989, dopo un periodo di forte disillusione. Il mio disco non stava vendendo granché e mi ritrovavo ad aver lavorato per undici anni senza particolare successo. Dovevo pur guadagnarmi da vivere, in qualche modo!”.

Come nacque l’idea del disco?

“Prima di registrare il disco, ero stato in una band chiamata The Tea Set per qualche tempo. Dato che avevo composto un po’ di canzoni che agli altri del gruppo non interessavano, durante quel periodo le raccolsi, e quando la band si sciolse mi ritrovai con canzoni a sufficienza per farne un album solo. Phil Smee della Bam Caruso fu molto buono con me e dato che era convinto che potessi registrare un buon disco fu lui a finanziare le session e a realizzare il disco per la sua etichetta”.

Perché lo intitolasti “The Great Indoors”?

“Il titolo è un gioco di parole. In inglese, esiste l’espressione “the great outdoors” che ha a che vedere con l’aria fresca, la vita sana e l’attivismo. Mi piaceva l’idea di intitolare l’album “The Great Indoors” perché rifletteva bene quello che avevo vissuto durante l’infanzia – ho avuto una salute molto precaria e sono stato per molto tempo chiuso in casa a leggere e ad ascoltare musica. Inoltre, mi sembra che “the great indoors” si riferisca all’immaginazione, contrapposta alla realtà esterna”.

Come mai l’edizione in CD invece si intitola “The Great Outdoors”?

“Qualcuno sbagliò nel comunicare il titolo al momento di mandarlo in stampa. Nonostante questo, però, se si osserva attentamente, la copertina del CD riproduce la versione dell’artwork con il titolo corretto. L’edizione in CD ha una scaletta diversa dall’album. Mentre fu Phil Smee ha scegliere la sequenza della versione in vinile, fui io a decidere quella del CD. Adesso sono convinto che quella di Phil fosse la scelta migliore”.

Ti va di fare un commento ad ogni singolo pezzo?

“You Know I Hate Nature”: “Il titolo è ispirato alla battuta di un dialogo presente in un film di John Waters intitolato “Disperate Living” (uscito nel 1977, in Italia con il titolo “Nova Punk Story”, adattamento in italiano di Lidia Ravera, ndr.). Pensavo fosse divertente e perverso, così lo usai ironicamente come titolo del brano d’apertura. Per tutto il disco ci sono suoni molto naturali, acustici, missati a suoni molto artificiali, campionati, per cui emerge un totale equilibrio tra autenticità e falsità. Credo che questa ironia sia anche molto inglese, mi ricorda alcuni scritti di Oscar Wilde”.

“The Sneaky Mothers”: “E’ un pezzo di genere folk. E’ stato influenzato dalla chitarra ritmica di Buddy Holly (“Peggy Sue”), Richard Thompson (“Don’t renege on our love”) e Pete Townshend (“Magic Bus”). Il testo si riferisce a molte delle donne conservatrici di mezza età che vivono ad St. Albans, la città in cui abitavo quando registrai il disco”.

“The Master”: “Suonavo questo pezzo da un sacco di tempo, tanto che esistono versioni precedenti registrate con altri gruppi (Clive Pig and the Hopeful Chinamen e i Tea Set). Mi ispirai al programma televisivo inglese Doctor Who in cui il cattivo si chiama The Master. Le parti di chitarra derivano da varie fonti, tra cui la surf music, George Harrison (“Revolver”, l’”Album Bianco” e soprattutto “Abbey Road”) e Robert Fripp coi King Crimson. L’atmosfera del brano mi ricorda i primi Pink Floyd”.

“The Earth Movers”: “Il pezzo è basato su un paio di semplici riff di chitarra e basso, ma mi piace cosa ne è venuto fuori. Il batterista del disco (Gary Hawkins) fece un grande lavoro su questo pezzo, come su altri (“Furious Table”, ad esempio). E’ un pezzo piuttosto funky e mi piacciono molto le parti di tastiera che vennero aggiunte da Brian Marshall”.

“Furious Table”: “Questa canzone venne ispirata da qualcosa che lessi sulla tavola periodica degli elementi. Pensavo fosse un’idea carina, un po’ pazza per una canzone. Nei giorni in cui stavo registrando il disco ascoltavo alcuni dei primi dischi dei Talking Heads e penso che la loro influenza si senta in questo pezzo. Brian Marshall fece un grande lavoro di produzione – capì perfettamente il sentimento che volevo che avesse la canzone e mi aiutò a tirar fuori alcuni effetti molto belli”.

“Breaths“: “Questo pezzo era originariamente di un gruppo gospel nero chiamato
Sweet Honey in the Rock (dall’album “”Good News”, Flying Fish FF 245, 1977, ndr) – è proprio una grande canzone. La loro versione è probabilmente migliore ma credo che il testo calzi perfettamente con il mio album. Inoltre, Brian Marshall mi aiutò con l’arrangiamento, semplice ma efficace. La canzone ha un messaggio ecologico molto importante ancora oggi”.

“Back in time for tea”: “E’ un pezzo decisamente surreale e non so proprio dire da
dove venga il testo. Lavorai un sacco alla produzione per ottenere i suoni che
desideravo e fui piuttosto felice, alla fine, del risultato”.

“Steel Grey”: “E’ uno dei miei pezzi preferiti. Mi ricorda un po’ la musica di John Cale, quello degli album solisti, che mi piace molto, specialmente “Music for a New Society”. Ho sempre avuto in testa di registrare una cover di “Talking Your Life in Your Hands” che era su quell’album. Non è un grande cantante (come me, d’altronde) ma la sua voce può risultare molto commovente. Il mio amico Andy Pearce fece degli ottimi arrangiamenti d’archi”.

“The Great Indoors”: “Credo che la versione strumentale sia migliore da ascoltare (così evito di sentire la mia voce!) e sono molto contento di come è venuta fuori. Ha una bella atmosfera, un po’ come “Sunday” di Nick Drake, mi pare, anche se non volevo ispirarmi a quel pezzo”.

“Don’t Be Late”: “Credo che in fin dei conti sia la canzone migliore del disco. Gli archi (arrangiati anche stavolta da Andy) funzionano veramente bene. Dopo aver finito di registrarla, Brian (il produttore) fece girare le basi al contrario e mi piacque così tanto cosa ne uscì che decisi di includerne un estratto alla fine del pezzo nell’edizione in CD del disco”.

“Mean Guitar”: “E’ il mio tentativo di suonare del jazz. Per la verità non so suonare musica jazz ma pensavo di poterci riuscire. Nel pezzo c’è un chitarrista ospite, Jakko Jakszyk, che è un musicista eccezionale. Credo che registrò la sua parte in un solo take e senza neanche provarla prima”.

“The Master” e “Back In Time For Tea” (versioni del singolo): “Si tratta di remissaggi delle versioni originali del disco. Nonostante alcune recensioni esaltate del disco, nessuno dei pezzi venne trasmesso alla radio, il che fu abbastanza deprimente in quei giorni e contribuì alla mia decisione di lasciare il music business. Nonostante ciò, credo che negli ultimi tempi il disco sia stato mandato alla radio in America, il che mi rende felice. Penso addirittura che si conosca di più il disco oggi che all’epoca in cui venne realizzato”.

“Song from the Bottom of a Well”: “L’ho registrata come lato B del mio primo singolo. Ci divertimmo un casino con gli effetti, compresa la voce di William Burroughs, un’idea di Phil Smee”.

Hai mai suonato “The Great Indoors” dal vivo?

“L’ho suonato solo in rare occasioni in duo con Andy Pearce al violino e alla tuba! Fu molto divertente, ma dal momento che il disco praticamente non aveva venduto, nessuno sapeva chi fossi. Non è che fosse granché facile ottenere degli ingaggi”.

Ma quali erano state le reazioni al tuo disco?

“Beh, le recensioni del disco furono tutte ottime, ma non si trovò una radio in quei giorni disposta a trasmetterlo, tanto che principalmente vendette nella cerchia ristretta degli appassionati della Bam Caruso, l’etichetta – un numero esiguo di persone! Avevo registrato il disco con la speranza che suscitasse maggior interesse”.

Perché pensi che “The Great Indoors” oggi sia comunque ancora così intrigante per alcuni?

“In verità non lo so, è un po’ sorprendente per me che la gente sia ancora interessata al disco vent’anni dopo – non so chi lo ascolta e perché, ma non posso che essere contento che ci sia qualcuno interessato. C’ho messo così tanto tempo, fatica e passione nel farlo (più di ogni altra cosa che abbia mai registrato) che mi auguro si senta. Sono stato anche molto fortunato a poter godere di tanta disponibilità di tempo e libertà d’azione grazie a Phil Smee. L’album è veramente meglio di ogni altra cosa abbia mai registrato, devo proprio ammettere che mi è venuto davvero bene nonostante il grande sforzo per riuscire a ottenere quello che volevo. L’ho rimissato così tante volte, e sono stato fortunato che Phil era pronto a pagare tutti i costi dello studio. Si rivelò una cosa straziante che il disco vendesse così poco, soprattutto dopo tutte quelle recensioni eccezionali. Pensa che il “Guardian” sostenne che quella settimana il miglior disco non era la riedizione di “Sgt. Pepper’s” ma “l’album d’esordio di un tale Nick Haeffner”. Nonostante quella recensione, comunque, sono rimasto “sconosciuto” per molto tempo… Credo di esserlo ancora oggi (so che ad esempio il disco è ancora fuori catalogo), ma non mi faccio problemi. Forse un giorno “The Great Indoors” verrà ristampato. Mi piacerebbe che si pubblicasse un’edizione celebrativa dei vent’anni, anche se dubito che venderebbe bene – perché, vedi, in realtà non è un disco classificabile, il che lo rende difficile da commerciare”.

Qual era l’atmosfera a quel tempo alla Bam Caruso?

“Phil Smee, patron dell’etichetta, mi diede molto sostegno nel fare il disco ma vendette l’etichetta quasi subito dopo. Non credo che la nuova proprietà fosse molto interessata alla mia musica, per cui andai a parlare con qualcuno della EMI. Dato che mi resi conto che non avevo intenzione di lavorare per loro decisi di prendere tempo e entrai all’università”.

In quei giorni, quali erano le tue principali influenze musicali e artistiche?

“Ascoltavo così tanto in quel periodo che mi è difficile stilare una lista di tutte le mie influenze. Ho già parlato all’epoca dell’uscita del disco degli artisti che mi avevano influenzato, ma eccotene un nuovo elenco: Captain Beefheart, Love, Tim Buckley, Booker T and MGs, The Meters, Eddie Cochrane, Django Reinhardt, Sandy Denny, Judy Collins, Van Dyke Parks, Bach, John Dowland, Purcell, Ravel, Debussy, Chopin, Mahler, Kurt Weil, Harry Partch, Francoise Hardy, Nico, Laura Nyro, Augustus Pablo, The Mahotella Queens, Fela Kuti… Buona musica proveniente da tutte le parti del mondo! Tra le cose che mi sono piaciute di più di recente, Tom Waits, Beck, Sigur Ros, The Flaming Lips, Banzai Republic, Kruder Dorfmeister e una gruppo zingaro che si chiama Taraf de Haidouks”.

E cosa ricordi, più in generale, del clima che si respirava in Inghilterra?

“Registrai il mio album in pieno “thatcherismo”. Ero molto incazzato per il modo in cui la Thatcher vedeva l’Inghilterra e molto di quello che ho fatto nell’album e in seguito è una protesta alla sua idea di società. Purtroppo Tony Blair sembra condividere la stessa idea… Non mi piace neanche lui! Odio il conformismo della classe media e gli stili di vita arrendevoli. Penso che le persone che mi hanno influenzato fossero molto più folli, ma in un modo veramente positivo ed eccitante. Oggi la cultura sembra molto più conservatrice dell’epoca in cui registrai il disco, anche se la società inglese è molto più liberale sotto molti punti di vista. Oggi, da un punto di vista politico non esiste la Sinistra, in Inghilterra. L’unica possibilità di scelta è fra le due destre di partiti moderati. Mi auguro che ci sia una reazione contro lo spirito mite e commerciale che ha preso in scacco il mio Paese e che la gente prenda coscienza dell’inquinamento, del debito pubblico, dell’ineguaglianza sociale, del consumismo, dello spreco e di tutti gli altri gravi problemi oggi ignorati. Molti di questi problemi sembrano essere peggiorati da quando la Thatcher e Blair hanno deciso che la direzione in cui spingere la Gran Bretagna è quella di diventare sempre più come l’America. Mi piacciono molto i Paesi Scandinavi e sono convinto che abbiano un’attitudine più illuminata nei confronti di questi problemi. In Danimarca, ad esempio, tutti vanno in bicicletta e dovunque ci sono mulini che generano energia eolica. E’ una vergogna che qui siano così pochi a rendersi conto che è possibile un sistema di vita alternativo a quello che viviamo. Mi piacciono molte cose che provengono dall’America, ma credo che oggi ci stiamo muovendo nella direzione sbagliata – sembra proprio che la Gran Bretagna stia seguendo quel modello ignorando le cose migliori che esistono in Europa, cosa di cui non mi capacito. Non possiedo un’auto, vado in bici dovunque… ed è grandioso!”

Andando a ritroso: come hai iniziato a suonare?

“Sono nato il primo agosto 1959 ad Adelaide, nel sud dell’Australia. I miei genitori erano inglesi e quando avevo 4 anni decisero di ritornare in Inghilterra. Inizialmente ci trasferimmo a Plymouth e a Exeter, nel sud del paese, quindi andammo ad abitare a St. Albans, nell’Hertfordshire. E’ lì che ho iniziato a suonare. Avevo all’incirca 15 anni quando ho iniziato a suonare la chitarra. Mi sono cimentato con il songbook dei Beatles, imparando le canzoni che mi piacevano di più. Avevo anche il songbook di “Tommy” e di “Quadrophenia” degli Who, da cui ho imparato alcuni cambi di accordi veramente inconsueti. Suonai per un po’ con un musicista locale, Clive Pig, con cui realizzai alcuni dischi per la prima etichetta di Phil Smee, la Waldos. Grazie a Phil, in seguito entrai nei Tea Set, nel periodo in cui stavano realizzando il loro secondo singolo, “Keep on Running”. Il gruppo era molto valido dal vivo, tanto che andammo in tour con gli Stranglers e i Skids, ma ci mancava un produttore capace e i dischi non erano all’altezza del nostro live set. Fu subito dopo lo scioglimento dei Tea Set che registrai “The Great Indoors”. Quindi, dopo aver collaborato con Richard Norris nei Wild Kitchen, mi misi a suonare con i Huapango, una band che faceva world music… Dopo undici anni di attività senza aver ottenuto granché, andai all’università a studiare cinema e filosofia. Da allora, ho ottenuto un BA (è il Bachelor of Arts, il primo livello di laurea che si ottiene dopo 3 o 4 anni di studio, ndr.), un MA (Master of Arts, secondo livello di laurea, ndr.) e un PhD (Doctor of Philosophy, è il terzo livello di laurea, equivale alla libera docenza e conferisce il dottorato, ndr.) e adesso sono un docente a tempo pieno della London Metropolitan University. Insegno cinema e storia della cultura (cfr. il sito www.re-possessed.com). Vivo nell’East London con il mio compagno e un gatto. E’ davvero bello sapere che ci sono ancora persone interessate a “The Great Indoors”!””.

(20 gennaio-1 febbraio 2006)



● DISCOGRAFIA DI NICK HAEFFNER

Clive Pig and the Hopeful Chinamen

“Happy Birthday Sweet 16”/”Our Movement” (7” – UK 1979)
“Sailor with a Telescope” (cassette – UK 1981)
“Visions” (cassette – UK 1982)
“Time to get Tough” (cassette – UK 1983)
“Clive Pig and the Hopeful Chinamen” (LP – UK 1983)
“A Sense of the Size of the World” (LP – UK 1987)
“One Night in Greece with an American” (12” – UK 1987)
“The Whale Zoo” (7” – UK 1987)

The Tea Set

“Keep on Running” (7” – UK 1980)
“South Pacific”/”The Preacher” (7” – UK 1981)

The Remayns

“Why?” (7” – UK 1985)

Black Atlas

“My Baby Walked Out (Of the Love In)” (flexy-disc – UK 1986)
Inclusa nella fanzine inglese “Strange Things”.


Nick Haeffner solo

“The Dali Parton Tapes” (cassette - UK 1986)
Nastro a tiratura limitata (definiti ironicamente dallo stesso Nick “legendary tapes”…) in vendita attraverso l’edizione in vinile di “The Great Indoors”. Raccoglie nove pezzi “demo” del disco e due inediti, "Cathedral of Erotic Misery" e "Dali Parton". Haeffener: "Credo che il titolo "Cathedral of Erotic Misery" venga da un quadro di Dalì, ma non ne sono molto sicuro. Lo registrai nella mia camera da letto con un sacco di eco e un organo, tanto che mi ricorda il suono di una chiesa. Si tratta semplicemente di un tema strumentale, un po' sul tipo di quelli della Penguin Café Orchestra – un brano minore, credo. "Dali Parton" invece si rivelò un divertimento. Lo registrai a casa, suonando tutti gli strumenti. Si intitola così perché è un po' country surrealista e musica western".

“The Master”/”Steel Grey”/”Song From The Bottom Of A Well”
(12” EP – Bam Caruso PABL 072, UK 1986)

“Back in time for Tea”/”Every Time We Say Goodbye” (12” EP – Bam Caruso PABL 073, UK 1986)
Attribuito a “Nick Haeffner and the Readymades”.

“Sneaky Mothers”/”World Spinning Sadly” (7” – Bam Caruso OPRA 060, UK 1986)
Primo brano di Haeffner tratto dall’album, lato B del gruppo The Parking Lot.

“The Great Indoors” (LP – Bam Caruso KIRI 071, UK 1986)

“The Great Outdoors” (CD – Bam Caruso KIRI 071, UK 1988)
Scaletta rivoluzionata per volontà di Nick. Il CD raccoglie inoltre i singoli “Back in time for Tea”, “The Master” e “Song from the Bottom of a Well”, oltre all’inedito strumentale “Don’t Be Late Reprise”.


Antologie, collaborazioni, altri progetti

AA.VV. – “From the House of Lords” (LP – Bam Caruso KIRI 065, UK 1986)
Raccolta di band fittizie costituite dagli stessi musicisti. Nick Haeffner suona la chitarra nei pezzi “Coliding Minds”, “I’m not your stepping stone”, “Workshop of my mind” (dei Black Atlas), “Living Colours”, “The Last Mile” e nella cover dei Beatles “Dear Prudence”.
“Ti faccio una rivelazione: la gran parte delle band di questi album non è mai esistita. Le note di copertina erano truccate. Il disco “The House of Lords”, ad esempio, era una specie di gioco. Fu un’idea di Phil Smee e di Cally (Martin Calloman) della Bam Caruso, che volevano vedere se saremmo riusciti a inventare una serie di gruppi e registrare pezzi più o meno con gli stessi musicisti pur suonando in stili sempre differenti. Non mi ricordo chi suonò in quel disco, ma ricordo che io suonai la chitarra sulla maggior parte dei pezzi. Mi piacque molto fare “Dear Prudence”. Nell’album ci sono un paio di gruppi reali (The Doctor e Paul Roland & The Attractions) ma il resto dei gruppi è costituito da me, Phil, Cally, Richard Norris e qualche altro nostro amico. Credo che anche Brian Marshall e Gary Hawkins (che ha lavorato in “The Great Indoors”) suonarono in molti pezzi. Sono ritratto in due foto sia sulla busta interna dell’album (con i Time Machine e con i Glass Keys) che sul retro copertina!”.

AA.VV. – “Meanwhile back at the ranch” (LP – Bam Caruso MARX 075, UK 1987)
Nick Heaffner e Tracy suonano la cover di “Somebody to Love”. Nick suona anche la chitarra nel brano “The Wild Kitchen” del gruppo omonimo. Nella raccolta è contenuta anche la versione edita di “Don’t Be Late”.
“L’originale di “Somebody to Love” è grandiosa ma mi pare di non essere riuscito con la mia versione a raggiungere i risultati che avrei voluto. Dovetti registrare il pezzo molto in fretta e penso che la chitarra fosse addirittura stonata. Non avevo il tempo di rifarla. Non si può proprio dire che sia uno dei miei pezzi migliori…”

Psychic TV – “Love War Riot”/”Eve ov Destruction” (12” – Temple Records TOPY 048, UK 1989)
Nick suona l’assolo di chitarra sul lato B. La partecipazione, per quanto occasionale al progetto di Genesis P-Orridge è confermata anche dal volume “Psychic TV- Genesis P-Orridge: A Coumprehensive Collection of Lyrics 1981-1990” edito da Stampa Alternativa nel 1991 a cura di Vittore Baroni: Haeffner è elencato tra i collaboratori a pagina 109.

AA.VV. – “Head Sounds from the Bam Caruso Waxworks Vol. 1” (CD – Bam Caruso, UK 1990?)
Compilata e prodotta da Phil Smee, è un’antologia della Bam Caruso che raccoglie 22 pezzi dell’etichetta. Tra questi, la versione edita di “Don’t Be Late”.


● BIBLIOGRAFIA DI NICHOLAS HAEFFNER
Nicholas Haeffner, oltre ad aver scritto due saggi su Alfred Hitchcock, è direttore del periodico “Subject Matters: A Journal of Communications and Subjectivity”.

“Ushering in the ‘80s: Chariots of Fire”, in “British Cinema” (1993)
“Image and Identity in Metropolitan Sexual Subcultures”, in “Diatribe” n. 4 (Inverno 1994-1995)
“Alfred Hitchcock” (Longman Edition, Londra 2001)
“Introduction”, in “Subject Matters” Vol. 1 n. 1 (Inverno 2003)
“Enlightenment Subjectivity”, in “Subject Matters” Vol. 1 n. 1 (Inverno 2003)
“The Ethic of Truths”, in “Subject Matters” Vol. 1 n. 2 (Primavera 2005)
“On Directors: Hitchcock” (Pearson Education, Londra 2005)


● Articoli in italiano su Nick Haeffner

Bacci Ugo, “Nick Haeffner, “The Great Indoors” (“Rockerilla”, 1987)
Ferrari Luca, “Nick Haeffner: “The Great Indoors” (“Tempi Dispari” n. 1, Autunno-Inverno 1999)
Stanzani Alberto, “Nick Haeffner: sulle tracce di un fantasma” (“Melodie & Dissonanze” n. 0, ottobre 1992)


● CONTATTO CON NICHOLAS HAEFFNER:
nickhaeffner@hotmail.com
Web site:
http://homepage.mac.com/nickhaeffner/My%20Website/index.html