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I Pink Floyd ‘psichedelici’ di Syd Barrett: appunti per una rilettura critica. 
Quelli che seguono sono gli appunti utilizzati per la relazione presentata lo scorso 5 luglio a Pelago, nell’ambito della XXIa edizione dell’”On the road festival”. Titolo dell’incontro: “Pifferai alle porte dell’alba. I Pink Floyd psichedelici di Syd Barrett”.
La biblio-video-webgrafia che segue il testo è stata distribuita ai presenti.


In storiografia si tende generalmente a considerare i fatti come concatenati tra loro, disposti in un preciso ordine logico e cronologico secondo cui a un evento ne consegue un altro, coerente, concatenato.
Nella storia dei Pink Floyd, i primi 36 mesi con Syd Barrett segnano un periodo alternativo a quanto accadrà in seguito che – dalla metà del 1968 a questi ultimi anni – sarà dotato di una coerenza interna innegabile.
Lo sforzo degli storiografi pinkfloydiani è sempre stato quello di saldare il primo periodo al secondo con forzature davvero poco convincenti, a partire dalla stessa natura della musica (con Barrett, free-form; quindi modellata su stilemi classici; infine pop-rock).

Perché i Pink Floyd di Syd Barrett, che romanticamente si tende a collegare all’Estate dei Fiori – come venne definita dai media l’estate del 1967 – sono stati un laboratorio di idee, sperimentazioni, ingenuità, azzardi unico nel suo genere, che non ha altri esempi nella storia della musica giovanile contemporanea.
Enfatizzare “di Syd Barrett” ha lo scopo di attribuire gran parte della responsabilità di quei mesi soprattutto a Barrett, deux ex macchina del progetto The Pink Floyd Sound, prima denominazione pubblica del gruppo che non a caso mirava l’attenzione sul termine “sound”, suono.


IL MALINTESO DI "PSICHEDELICI”
Come ormai risulta da numerose fonti dirette e dalle stesse dichiarazioni dei musicisti del gruppo, i PF non furono parte integrante della scena underground dell’epoca. Non assumevano droghe (eccetto Barrett) e non furono impegnati in nessuna causa politica o sociale del periodo. Non ebbero una relazione consapevole e deliberata con l’underground che li sosteneva.
La sottocultura hippy e psichedelica non li coinvolse. Entrarono in alcuni circuiti ed eventi solo per caso e ne approfittarono strumentalmente con l’obiettivo dichiarato sin dall’inizio di diventare famosi e suonare musica pop.
Anche per questo (soprattutto a seguito di una feroce aggressione giornalistica di "News of the World" agli inizi del '67) rifiutarono sempre l’accezione di psichedelici vivendo con difficoltà la contraddizione underground-mainstream...
Come dichiarò Mason a "Melody Maker" nel gennaio 1967, “Noi non ci consideriamo un gruppo psichedelico né sosteniamo di suonare musica psichedelica. E' soltanto la gente ad associarci ad essa, soprattutto perché partecipiamo ai vari concerti alternativi che si organizzano qui a Londra. Guardiamo le cose come stanno: non esiste in verità una chiara definizione del termine "psichedelico". E' qualcosa che ci sta attorno ma che non ha niente a che fare con noi".
Così lo stesso Waters: "Siamo semplicemente un gruppo pop. Ma dato che usiamo le luci colorate sul palco un sacco di gente immagine che la nostra intenzione sia quella di suggerire messaggi sgradevoli o, addirittura, demoniaci" ("New Musical Express", luglio 1967).
Quanto a Barrett, nel 1971, avrebbe precisato a proposito dell'underground: "La posizione di un appartenente alla comunità giovanile di Londra, o come vuoi chiamarla, non era effettivamente percepita come tale - underground - e capita dalla gente. Non lo credo, soprattutto dal punto di vista dei gruppi. Mi ricordo che all'UFO una settimana c'era una band, la settimana dopo ce n'era un'altra; un continuo andare e venire in cui ognuno presentava il suo set, e non penso che la cosa fosse così attiva come avrebbe dovuto essere... Quello che stavamo facendo era in pratica un microcosmo di quella specie di filosofia che circolava a quei tempi e che era un po' troppo superficiale" ("Melody Maker", marzo 1971).


LA RIVOLUZIONE DELL’IMMAGINE
In un’epoca in cui l’immagine del gruppo pop è ai primordi, lo star-system è ancora ingenuo e poco sofisticato, quasi improvvisato, in cui le stesse copertine dei dischi sono poca cosa eccetto rari casi (come la copertina di “Revolver” dei Beatles, che forse per la prima volta propone una cover che da fotografica diventa quasi esclusivamente grafica (disegni e fotografie) affidando a un artista esterno l’art-work…), i Pink Floyd inaugurano un modello che farà scuola nei decenni a venire fino alla mistificazione e al camuffamento dell’immagine stessa (penso ai Residents, ad esempio, o ai Faust): immersi in fumi, colori e immagini 'psichedeliche' (loro uno dei primi dispositivi di illuminazione stroboscopia) il gruppo è invisibile sulla scena, volutamente interessato al sound, appunto, e non all’immagine: i movimenti sul palco sono quasi assenti, l’immobilità è chiaramente un elemento di anti-spettacolazione (l’esatto contrario dell’estetica rock che enfatizza la star, il suo corpo e i suoi movimenti…). I musicisti sono concentrati sui suoni e l’effetto sul pubblico è quello di un’immersione in una dimensione immaginifica, di sogno, non per niente indotta dalla droga più diffusa del tempo, l’LSD…
(1 - sampler VIDEO: riprese dall’UFO Club dal DVD “A technicolor dream”).


LA RIVOLUZIONE DEL SUONO
L’esordio dei cinque giovani studenti sul finire del ‘64 (due di architettura, uno di musica e uno, Barrett, di arte) è innegabilmente ortodosso: i modelli iniziali di riferimento sono il blues urbano di Bo Diddley, Sonny Boy Williamson, Willie Dixon, Chuck Berry… secondo quanto accade sulla scena londinese (inglese) del periodo (anche grazie alla musica trasmessa da Radio Luxemburg che ‘forma’ il Barrett adolescente), e lo skiffle, così come per quasi tutti (Donegan che importa dall'America, riveduto e corretto, Leadbelly...).
Barrett è affascinato soprattutto dai Rolling Stones (che va a vedere dal vivo nel 1965 – con Gilmour prova per ore il loro primo singolo del ’63, “Come On”), dai Beatles (che nel 1966 hanno già lasciato le scene e pubblicato due album influenti come “Rubber Soul” e “Revolver”, appunto) e da Bob Dylan (del ’65 è il fondamentale “Bringing all back home”, del ’66 “Blonde on Blonde”), a cui dedicherà una canzone affettuosamente ironica (“Bob Dylan Blues”, riscoperta nel 2001).
Di quel periodo sono circolati due demo di ottima qualità – che attestano la scarsa propensione a immaginare qualcosa di nuovo rispetto alla corrente giovanile del tempo.
Si tratta di brani rock-blues dall’impostazione beat con un cantato che rimanda scopertamente alle timbriche e ai registri vocali di Mick Jagger (2 - sampler audio: estratti da “Lucy leave”, con lettura del testo, e “King Bee”).

Di lì a qualche mese, però le cose assumeranno una direzione diversa, decisamente nuova per i tempi: la forma, da chiusa, costretta ai tre minuti-tre delle classifiche pop e dei juke-box, esploderà in una forma aperta, digressiva, in progress.
Documento eccezionale, a questo proposito, è una delle prime session di studio (gennaio 1967), ripresa da Peter Whitehead per un film dedicato alla “swinging London” – “Tonite let’s all make love in London” (3 - sampler video: un estratto da “Interstellar Overdrive”): i musicisti, sono concentrati su una materia sonora magmatica, che stanno ‘lavorando’ da mesi, e mostrano un ‘interplay’ davvero solido che regge sull’affiatamento ritmico di Waters e Mason e sulle improvvisazioni modali e atonali di Barrett e Wright.

E’ comunque un fatto che tra i primi concerti e le due registrazioni demo del '64-'65 e la session videoripresa da Whitehead sembra intercorso un secolo: là, goffi studenti alle prese con blues elettrici alla ricerca di un’identità; qua, la deflagrazione del blues in una tempesta elettrica: ci sono sì i canonici chitarra-basso-tastiera-batteria, ma chitarra e tastiera sono trattati dal Binson Echorette, un dispositivo elettronico in grado di alterare i suoni e produrre loop, fading, echo…

Cosa è successo nel frattempo?


LA SCENA SI TRASFORMA
L’Inghilterra del Dopoguerra, alla fine degli anni ’50, in pieno uragano rock’n’roll (“Rock around the clock” di Bill Haley arriva solo nel 1957), è ancora un paese in ricostruzione, in cui i giovani sono ancora percepiti soltanto come un’anticamera dell’età adulta. Vestono come adulti in miniatura, camicia bianca e cravattino.
Di lì a qualche anno, però, la scena cambia. Si organizzano le prime manifestazioni del CND, il comitato contro il nucleare, che nel ’62 porta quasi 10mila giovani a Trafalguar Square, a Londra: è la prima volta nel paese (e in Europa) che tanti giovani si rendono visibili alla cultura maggioritaria.

Nell’estate del ’65, il primo vero evento della Londra underground proietta sulla ribalta internazionale i giovani: John Hopkins, Hoppy, ha l’idea di promuovere alla Royal Albert Hall, la Scala della musica classica e del teatro londinese, un festival della poesia beat: Ginsberg raggiunge Londra da Parigi; Corso, che si trova in Italia, accetta di intervenire. Così Ferlinghetti, e in breve si costruisce un cartellone con una trentina di poeti (tra cui l’inglese Adrian Mitchell) che declamano i loro pezzi, facendo di fatto il primo happening europeo.

Intanto, il primo nucleo dei Pink Floyd è arrivato a Londra da Cambridge e si è sistemato ad Highgate, nella grande casa vittoriana di un professore dell’Hornsey College, Mike Leonard, che ha da poco fondato un laboratorio Musica/Luci e fa sperimentazioni sul loro rapporto. Alla fine del ’64 arrivano anche Barrett e Bob Klose, amici di Waters e si costituiscono come gruppo a cinque con nomi tipo Spectrum Five e Leonard’s Lodgers (quando il padrone di casa sostituisce per qualche mese Richard Wright alle tastiere…)

Tra la fine del ’64 e l’inizio del ’65 (sulla data c’è ancora difformità di opinioni), come si è detto, i cinque PF (con loro c'è Bob Klose, chitarrista elettrico votato al blues) registrano un demo in acetato con alcuni pezzi, tra cui “King Bee” (di James Moore, lanciata da Slim Harpo) e “Lucy Leave” (Barrett ha già composto alcuni pezzi, tra cui ”Butterfly” e “Double O-Bo”, pare riferita a Bo Diddley…). Poi Klose lascia il gruppo, costretto dai genitori a concentrarsi sugli studi, e i Floyd si ritrovano in quattro, con Syd alla voce e alla chitarra solista. È lui a denominare il gruppo come The Pink Floyd Sound.
Per tutto il ’65 frequentano le rispettive università e suonano solo raramente, più che altro in contesti studenteschi o alle festine di compleanno di amici. Di particolare importanza il primo ingaggio al Countdown Club (tutti i giovedì, dalle 21.00 alle 3.00), dove devono suonare tre set di pezzi per 90’: il repertorio è prevalentemente blues, con preferenza per pezzi di Diddley e dei Rolling Stones. Suonano quasi sempre in acustico, con limitatissima amplificazione. Sono costretti a lunghe improvvisazioni per tenere il tempo…
L’esperienza si conclude dopo qualche mese quando il vicinato, sporgendo denuncia per schiamazzi notturni, ottiene la chiusura del locale.

Agli inizi del ’66 a Londra l’aria sembra cambiare: in aprile “Time” pubblica un reportage su Londra, intitolato “The swinging London” e dà inizio a una nuova epoca: per gli americani, l’Inghilterra diventa la nuova frontiera della moda giovanile…

A quel punto, il regista americano Steve Stollman (fratello di Bernard, fondatore della ESP), con l’idea di girare un film sulla scena londinese, prende in affitto i locali del Marquee Club di Soho, dove in genere si suona blues (Rolling Stones, Who), e lancia lo “SPONTANEOUS UNDERGROUND”, un happening musicale settimanale (il sabato) in cui i Pink Floyd, che cominciano a suonarci regolarmente da marzo, hanno l’opportunità di sperimentare liberamente il loro repertorio, ancora prevalentemente costituito da brani blues. Lì, in giugno li vedrà per la prima volta il futuro manager Peter Jenner, introducendoli, attraverso John Hopkins e Joe Boyd (altro americano arrivato da poco a Londra), nei circuiti dell’underground.

Sempre in marzo, Hopkins inaugura la LONDON FREE SCHOOL a Powis Gardens (zona Notthing Hill, sempre a Londra), una specie di centro sociale ante-litteram, comunità aperta che offre servizi alternativi alla cittadinanza (ad esempio supporto legale alla numerose comunità immigrate) e promuove dibattiti, reading poetici, seminari su temi del sociale e della politica. Lì nascerà anche il famoso Carnevale di Notthing Hill che si tiene ancora oggi...
Qui i Pink Floyd avranno modo, più che al Marquee, di sperimentare liberamente la loro musica, passando da un repertorio costituito prevalentemente da cover blues (tipo “Roadrunner” o “Louie Louie”) ai loro primi pezzi, tutti composti da Barrett.

Alla London Free School il gruppo è impressionato dalle sperimentazioni degli AMM (e Barrett, in particolare, dall’uso della chitarra che fa KEITH ROWE, combinando elettronica (rudimentale pedaliera) e una tecnica slide col righello di plastica e altri object-trouvè): (4 - sampler audio: estratto dal brano degli AMM) il gruppo, che sta pubblicando un disco con la ESP (“AMMUSIC”, venderà pochissimo diventando una rarità), vede tra i suoi musicisti il compositore Cornelius Cardew, già allievo di Stockhausen e propone una free-form music aleatoria, basata sull’idea dell’improvvisazione più estrema, atonale, rumoristica.


INTANTO BARRETT SCOPRE L’LSD...
Fino all’estate 1966, Barrett ha fumato solo cannabis. Solo in rare occasioni ha sperimentato i funghi allucinogeni (cfr. il video impropriamente intitolato “Syd Barrett first trip” riferito a un’esperienza adolescenziale a Cambridge sulla collina di Gog-Magog).
Con alcuni amici di Cambridge (tra cui Storm Torgherson, futuro grafico delle cover dei PF come titolare dell’Hipgnosis), sperimenta in quei mesi l’LSD che gli aprirà letteralmente la mente contribuendo non poco in termini compositivi a far esplodere l’esiguo repertorio di prime composizioni. E’ proprio dell’estate 1966 la composizione di “Interstellar Overdrive”, nata dopo l’ascolto ‘fumato’ con Peter Jenner di “My little red book” (di Bacharach) nella versione dei Love (sul loro primo album “Love”). In queste settimane, Barrett ha modo di ascoltare alcuni dischi americani di 'altra' musica, acquistati alla libreria Indica di Miles, tra i primi a importarli dagli USA: il primo dei Love, appunto, l'esordio dei Fugs ("The Fugs", ESP 1966), quello di Zappa e le Mothers (il doppio "Freak Out", 1966), i Velvet Underground (omonimo con la banana di Warhol in copertina) che si aggiungono agli ascolti di Beatles, Rolling, Dylan, Shadows e Byrds. Scopre "OM" di John Coltrane (Impulse, 1965) e l'avanguardia free-jazz (Archie Shepp, Ornette Coleman, Eric Dolphy... ), anche grazie all'influenza di Jenner. Come dirà anni dopo waters, "Syd era un vero esperto di dischi, era informatissimo su quello che stava uscendo in quei mesi..."...


L’INTERNATIONAL TIMES E L’UFO CLUB
In settembre, alla All Saint’s Hall di Powis Square viene lanciato il “Sound/light Workshop”: i Pink Floyd diventano presto il gruppo principale e mettono a punto il loro light-show: inizialmente una coppia di americani proietta su di loro immagini a colori con una fila di piccoli proiettori su cui vengono fissati cerchi di perspex colorati; poi il 17enne Joe Gannon, studente del laboratorio dell’Hornsey College dove insegna Mike Leonard, si assume l’incarico di uomo delle luci finché un amico di Barrett, Peter Wynne-Wilson che lavorava in teatro, non gli procura una strumentazione professionale in disuso e con la moglie affianca Gannon nei concerti.

Nel frattempo, è il 31 ottobre, si è costituita la Blackhill Enterprises che riuscirà ad ottenere di lì a qualche mese un contratto discografico con la EMI, dopo un primo interessamento della Polydor (grazie a Joe Boyd).

Per finanziare l’attività della London Free School, verso la fine del 1966 Hoppy ha l’idea di fondare "INTERNATIONAL TIMES", il primo mensile undergound inglese. La redazione e la stamperia si trovano nel seminterrato della libreria Indica gestita da Barry Miles. Fondamentalmente IT nasce per offrire un’alternativa all’omologazione di informazione del tempo, anche rispetto alla musica (sarà proprio Miles a intervistare in quei mesi i più importanti musicisti della scena).
Per il lancio di IT – il 15 ottobre 1966 – viene organizzato un mega evento alla Roundhouse di Camden Town: i Floyd suonano una brutta versione di "Interstellar Overdrive" (con Barrett visivamente in acido) e fanno saltare l’impianto.

Prima del Natale 1966 viene inaugurato l’UFO CLUB (Hoppy e Boyd) allo scopo di finanziare IT già in crisi dopo qualche numero.


NEL 1967 ESPLODONO I PINK FLOYD
Dai primi giorni di gennaio gli avvenimenti hanno un'accelerazione e i PF escono allo scoperto approdando alla principale delle major discografiche.
Agli inizi di gennaio registrano un demo nei Thompson private studio recordings ("Interstellar" e "Let's roll another one", ma Boyd dopo averlo sentito consiglia al gruppo di riprovare.
L’11 del mese, grazie al regista Peter Whitehead, ancora con Boyd registrano due demo (audio e video) per la soundtrack di "Tonite let’s all make love in London".

Il 29 gennaio ai Tecniques studios di Chelsea si tiene la prima session in cui vengono registrate "Arnold Layne" e "Candy & a currant bun" (a.k.a. "Let's roll another one").

Il 9 marzo 1967 avviene l'irruzione della polizia nella redazione di IT con la confisca di tutto il materiale. Per questo, in aprile (il 29) Hoppy organizza il "14th HOUR TECHNICOLOR DREAM" per raccogliere fondi e rilanciare il giornale.

Da marzo, intanto, il gruppo ha iniziato ler registrazionei del primo album che uscirà in agosto.
Nel maggio ’67 il "GAMES FOR MAY" alla Queen Elizabeth Hall consente al gruppo di estendere la sperimentazione sonora introducendo per la prima volta un sistema di amplificazione quadrifonica della sala e proponendo sul palco, oltre al consueto set di pezzi del repertorio, anche alcune nuove composizioni strumentali e rumoristiche con utilizzo di nastri pre-registrati.

Quindi, in giugno esce il singolo "SEE EMILY PLAY" e cominciano i problemi della promozione, soprattutto fuori Londra.
In luglio, tre controverse apparizioni a "TOP OF THE POPS" e un'intervista radio fanno emergere i primi sintomi del degrado psicologico di Syd.

In giugno, Hoppy viene incarcerato per possesso di cannabis. E’ l’inizio della fine dell’underground. L’UFO chiuderà di lì a qualche mese (settembre) e la scena cambierà radicalmente sul volgere del nuovo anno.

In agosto esce “THE PIPER AT THE GATES OF DAWN, la 'summa' poetica di Barrett, autore di quasi tutti i pezzi. Dagli strumentali "Interstellar" e "Astronomy Domine" a canzoni e ballate più ortodosse ("Matilda Mother", Lucifer Sam", "Flaming", "Bike"...), l'album è il manifesto di una sensibilità tutta inglese, con molti rimandi alla cultura giovanile dell'epoca: dalla passione per autori come Carroll, Lear, Belloc, Lewis (autore de "Le cronache di Narnia", pubblicato nel '54), Tolkien, Milne ("Winnie the Pooh"), Grahame ("Il vento nei salici", da cui trae il titolo del disco) a espliciti riferimenti alle letture 'obbligate' del 1967 come l'"I Ching" (testo di "Chapter 24"), la 'science-fiction', i fumetti di Dan Dare (eroe spaziale citato in "Astropnomy Domine"), il lavoro, come ha scritto Cliff Jones nel 1996 ("La storia dietro le canzoni dei Pink Floyd"), "non è soltanto un album di bucolica, stravagante psichedelia inglese, ma una serie di canzoni che riflettono una profonda attenzione per il misticismo, la Natura e il posto occupato dall'uomo nell'universo - inconsapevolmente, un concept album gnostico".


SERI PROBLEMI DAL VIVO: "REACTION IN G"
Come si è detto, è soprattutto dal vivo che i PF innovano: sono molteplici le testimonianze sui concerti del gruppo del periodo fine 1966-metà 1967: il repertorio progressivamente si modifica, sostituendo i classici del blues trattati elettronicamente con nuove composizioni di Barrett – su tutte “Interstellar Overdrive” e “Astronomy Domine”, veri e propri cavalli di battaglia che i Pink Floyd continueranno a riproporre fino in anni recenti. Per quanto registrati con mezzi antiquati, sono circolati tra i fan due concerti integrali molto significativi di quanto la dimensione live fosse altra cosa rispetto alle registrazioni in studio.
Forse più che per chiunque altro, i Pink Floyd patirono la grande discrepanza fra esecuzione live (libera, sperimentale, digressiva) e la registrazione in studio (la versione su disco) conosciuta dal pubblico, che, anche e soprattutto causa le pressioni della discografia, fu una delle ragioni del primo crollo nervoso di Barrett nell’estate del ’67.

I Pink Floyd erano diventati famosi per un paio di singoli – tra marzo e giugno – “Arnold Layne” e “See Emily Play” – erano apparsi in TV il 15 maggio sul primo canale della BBC (alla trasmissione “Look at the week”) e in luglio per tre settimane di fila a “Top of the pops”: il pubblico fuori Londra, quello provinciale dei locali e delle sale da ballo, conosceva la band per i brani pop e, logicamente, pretendeva che venissero suonati dal vivo, fatto che col tempo cominciò a disturbare i musicisti che arrivarono al punto di comporre un brano quasi hard-rock a mò di reazione intitolato “Reaction in G” (5 - sampler audio: “Reaction in G” dal tape dal vivo registrato in Olanda nel novembre 1967).


L’EREDITÀ?!
Cosa hanno lasciato in eredità i Pink Floyd di Syd Barrett? A giudicare da cosa è diventata la ‘popular music’, compressa spaventosamente dalle logiche del mercato discografico, poco o niente.
Negli anni Settanta il cosiddetto “Kraut Rock” di Tangerine Dream, Kraftwerk, Ash Ra Tempel, Popol Vhu più del contemporaneo “progressive” inglese, riprende l’idea della forma aperta, digressiva, di ricerca in progress di sonorità elettroniche che sfruttino al massimo la tecnologia del tempo… Quello che in America avevano fatto negli stessi anni Velvet Underground, Grateful Dead, Mothers of Invention soprattutto. In Inghilterra i Gong e gli Hawkwind.
Negli anni ’80 (tendenza che continua tuttora), i richiami a Barrett e a ‘quei’ Pink Floyd sembrano riguardare più la forma-canzone sullo stile di “Matilda Mother” o “Flaming” (l’idea di un pop stralunato che farà la fortuna di Robyn Hitchcock, Julian Cope, Paul Roland, i TV Personalities) con rare eccezioni quali Bevis Frond e Matt Johnson (con lo splendido LP “Burning Blue Soul" del 1981).
Negli ultimi anni, gruppi come gli Aliens di Gordon Anderson (già fondatore della Beta Band), gli Orb, gli Spacemen3, The Flaming Lips, Ozric Tentacles, Acid Mother’s Temple… sembrano aver ripreso la lezione originale. Con una enorme differenza strutturale: mentre nel '67 era possibile una coesistenza ambientale e discografica tra underground e mainstream, oggi è impensabile, davvero impossibile un'osmosi virtuosa fra le due dimensioni, con quella mainstream che ha relegato l'underground a una quasi assoluta invisibilità artistica (è immaginabile, oggi, un album in cui possano coesistere brani di tre minuti e brani di venti?).


PELAGO, ULTIMA FRONTIERA DELL'UNDERGROUND
Qui a Pelago la musica libera è ancora possibile. La free-form, l'improvvisazione, la strada incoraggiano i giovani alla libertà di espressione, merce sempre più rara in questo Paese, che sta sacrificando l'intelligenza e la libertà di un'intera generazione, le sue inimmaginabili potenzialità, all'imbuto dell'espressività radio-televisiva dei grandi fratelli e dei talent-show, star-ifici che cercano di riprodurre in serie le stereotipie di un modello di artista di successo da supermercato... facendo strame di emozione, passione, creatività, sentimento.



UN'AUDIO-VIDEO-WEBGRAFIA ESSENZIALE (1964-1967)

- musica -

Pink Floyd – “London ’66-‘67” (CD – See For Miles, UK 1991 mono)
Mini-cd con due brani (“Interstellar Overdrive” e l’inedita “Nick’s Boogie”) registrati nel gennaio 1967 ai Sound Techniques Studios di Londra per la colonna sonora di “Tonite let’s all make love in London” di Peter Whitehead.

Pink Floyd – “The first 3 singles” (CD – EMI, UK 1997 mono)
I primi tre singoli del gruppo pubblicati in edizione limitata per celebrare i 30 anni dalla pubblicazione.

Pink Floyd – “The Piper at the Gates of Dawn” (3CD box - EMI-Harvest, 2007 mono/stereo)
Cofanetto celebrativo dei primi 40 anni dall’uscita dell’album. Nei quattro CD, le edizioni mono e stereo del disco, i tre singoli del 1967 e alcuni alternate takes dalle sessions di Abbey Road.

Pink Floyd – “A Saucerful of Secrets” (CD – EMI, UK 1994 stereo)
Secondo album dei PF pubblicato nel giugno 1968. Contiene “Jugband Blues”, registrata con Barrett nell’ottobre 1967 e vede la presenza dello stesso Barrett alla chitarra in “Remember a day”, “Set the control for the heart of the sun” e “Corporal Clegg”.

Pink Floyd – “The live Pink Floyd. Recorded live at Oude-Ahoy, Rotterdam, October 12, 1967” (CD – Bulldog Records BG CD 014, Italia 1987 mono)
Uno dei due concerti integrali esistenti dei Pink Floyd registrati nel 1967, edito semi-ufficialmente in Italia su formato CD (comunque distribuito dalla Fonit Cetra!).

Pink Floyd – “A tree full of secrets” vol. 1/vol. 2 (bootleg)
Out-takes e alternate-takes del periodo 1964-1967 scaricabili dalla Rete (http://www.hokafloyd.com), tra cui gli acetati di “Lucy Leave” e “King Bee” (comunque sul mini CD allegato al libro di Luca Ferrari “A fish out of water”, Stampa Alternativa, Roma 1999).

Pink Floyd – “The complete Top Gear sessions 1967 1969” (bootleg)
Tutte le registrazioni dei Pink trasmesse nella famosa trasmissione radio “Top Gear” condotta da John Peel. Sono scaricabili a pagamento da Internet all’indirizzo http://www.nowtorrents.com/torrents/pink-floyd-the-complete-top-gear-sessions-1967-1969-(bootleg)


- libri -

John Cavanagh, “The Piper at the Gates of Dawn” (Continuum, New York/London 2003, trad. it. No Reply, Milano 2008)
La storia approfondita della genesi del primo album del gruppo.

Luca Ferrari (a cura di), “Pink Floyd” (Arcana Editrice, Milano 1985)
Una raccolta di materiali vari, tra cui due dei primi articoli apparsi su “Zig Zag” nel 1972 che ricostruiscono le origini della band. Fuori catalogo.

Cliff Jones, “Echoes. The story behind every Pink Floyd song” (Carlton Book Ltd., UK 1996, trad. it. Tarab, Firenze 1997)
La storia dietro le canzoni dei Pink Floyd.

Barry Miles, “Pink Floyd. The Early Years” (Omnibus Press Ltd., London 2006)
Uno dei migliori contributi sulle origini della band (ottimo apparato fotografico).

Nick Mason, “Inside Out. A personal history of Pink Floyd” (trad. it. Rizzoli, Milano 2004)
L’autobiografia del batterista dei Pink Floyd ricca di aneddoti e foto inedite anche sugli esordi del gruppo.

David Parker, “Random precision. Recording the music of Syd Barrett 1965-1974” (Cherry Red Books, London 2001)
Tutte le registrazioni di Syd Barrett con i Pink Floyd e da solista. Un documento imprescindibile.

Rick Sanders, “Pink Floyd” (Futura Publications, London 1976)
La prima bio non autorizzata dei Pink con uno sguardo ravvicinato sugli esordi. Purtroppo fuori catalogo da anni… (ma di tanto in tanto disponibile su E-Bay)

Nicholas Schaffner, “A Saucerful of Secrets. The Pink Floyd Odissey” ( trad. it. Arcana, 2006)
Una delle più complete ricostruzioni storiografiche della storia del gruppo.

Mike Watkinson-Pete Anderson, “Crazy diamond. The dawn of the Pink Floyd” (Omnibus Press Ltd., London 1990, trad. it. Arcana, Milano 1991)
Biografia di Syd Barrett con uno spaccato approfondito sulla prima parte della storia dei Pink.

Julian Palacios, “Lost in the wood” (Boxtree, London 1998)
Ottima bio di Syd Barrett con approfondimento delle fonti culturali del gruppo.


- film/video -

“Pink Floyd’s The Piper at the gates of Dawn” (DVD – Rock Milestones, Inghilterra 2006 – 72’)
Un racconto per immagini del disco d’esordio del gruppo. Non indispensabile.

“Pink Floyd & Syd Barrett story. The definitive edition” (2DVD – Direct Video Distribution, Inghilterra 2006 – 236’)
Una storia per immagini di Barrett e dei Pink Floyd con interviste ai membri della band. Interessante anche se non eccezionale.

Peter Whitehead, “Pink Floyd. London 1966/1967” (DVD - Snapper Music, Inghilterra 2005 – 60’)
Un esclusivo ritratto dei Pink Floyd degli inizi, ripresi in studio mentre registrano “Interstellar Overdrive” e l’inedita “Nick’s boogie”. Brevi estratti dall’UFO Club nel 1967. Documento fondamentale.

Stephen Gammond, “A Technicolor Dream” (DVD – Eagle Vision, 2008 – 156’)
Il lungometraggio sulla scena controculturale inglese e sull’evento più importante della Londra underground. Tra i materiali bonus i clip di “Arnold Layne” e “Scarecrow”, e una ripresa live di “Astronomy Domine” alla BBC.

Circolano comunque tra i fan e sul Web (http://www.youtube.com) i video clip originali integrali di “Arnold Layne” (marzo 1967), “Scarecrow” (marzo 1967), “See Emily Play” (giugno 1967) e “Jugband Blues” (novembre 1967) e registrazioni TV di “Astronomy Domine” (BBC, maggio 1967) e “See Emily Play” (dal programma “American Bandstand” del novembre 1967) .
Reperibile anche un estratto dal film “San Francisco” di (Inghilterra, 1968) con una “Interstellar Overdrive” di 16’ registrata nel ’67 dai Floyd con Barrett, un breve speciale della TV tedesca diretto da Gunther Wolf con riprese all’UFO Club del marzo ‘67 e un servizio del dicembre 1967 girato nell’appartamento di Mike Leonard con i Pink Floyd ripresi durante improvvisazioni strumentali (“Lights” dal programma “Tomorrow’s World”).


- siti Web -

http://www.brain-damage.co.uk/index.php
http://pinkfloydarchives.com
http://www.sydbarrettpinkfloyd.com/

(6 luglio 2009)